Una antica storia Zen, che amo citare, narra di due monaci, un Maestro e il suo discepolo, che si mettono in cammino di buon mattino per raggiungere un monastero che dista un giorno di marcia dal loro. Arrivati presso un fiume impetuoso, che devono guadare, si accorgono che lì nei pressi vi è una giovane donna incerta sul da farsi, dato che la corrente è molto forte. Visti sopraggiungere i due monaci, costei si fa loro incontro e chiede aiuto. Senza una parola il più anziano si carica la donna sulle spalle e, guadato il fiume, la depone sull’altra sponda, e dopo un breve inchino riprende il cammino. Il discepolo guarda esterrefatto il Maestro, perché sa che nella loro regola non possono avere contatti con le donne. Tuttavia tace seguendo il Maestro.

Ormai giunti quasi alla meta, il discepolo, non riuscendo più a tacere, chiede al Maestro spiegazioni circa la palese violazione della regola messa in atto nel guadare il fiume.

Il Maestro così gli risponde: -Io ho lasciato quella donna molte ore fa. Tu perché te la porti ancora dietro? -

Tutti noi ci portiamo dietro del rancore; tutti pensiamo di aver subito dei torti, grandi o piccoli che siano. Quella parte di noi che si sente vittima, urla la sua protesta.

Quando subiamo un torto, o siamo stati trattati ingiustamente, è come se qualcuno ci avesse detto: -tu non conti niente ai miei occhi -. In conseguenza di ciò nasce il nostro bisogno di avere giustizia, e se non possiamo ottenerla, coviamo rabbia, rancore, frustrazione.

Ma cosa significa essere vittima? E provare rabbia?

Per definizione la vittima è impotente. Subisce. Ma vittima è una etichetta che decidiamo di darci, non uno stato dell'essere. Sentirsi vittima è uno stato emozionale, non una realtà oggettiva. Ossia non dipende da ciò che realmente è successo (per es. il collega che con una azione scorretta mi ha soffiato la promozione), ma dall'impatto che quell'avvenimento ha su di me. E l'impatto è determinato da come io lo interpreto, dal significato che gli attribuisco.

Adesso so che stai pensando a quella specifica situazione della tua vita in cui hai subìto un torto, ti ricordi persino la data e l’ora in cui si è verificata; ogni singolo dettaglio si è impresso nella tua mente, insieme alla consapevolezza che tu avevi ragione e l’altro no. Ne hai parlato con amici e parenti e anche loro hanno convenuto che tu hai sicuramente subìto un’ingiustizia. Il colpevole non ti ha chiesto scusa, non ha ascoltato le tue ragioni; forse continua a ribadire di essere nel giusto. E tu senti la rabbia, l’impotenza, la frustrazione, il rancore. Questo è comprensibile. Perché te li porti ancora addosso?

Budda sosteneva che essere arrabbiati equivale a prendere con le proprie mani un tizzone ardente per scagliarlo.

La rabbia appartiene esclusivamente all’Ego ferito. Il nostro io piccolo che lotta per non essere soprafatto dagli altri io piccoli. Perché se mi definisco come la vittima, mentre definisco te il carnefice, sto creando un confine fra me e te. Io piccolo esisto solo dentro al mio confine. Tutto ciò che sta al di là del confine è altro da me.

Questa è l’illusione della dualità: bello/brutto; buono/cattivo; giusto/sbagliato, dentro/fuori. Nella concezione dualistica siamo costretti a tracciare un confine, a difenderlo dalle intrusioni, a soffrire quando viene violato.

Se invece ci ricordiamo che la dualità è solo una illusione, che tutto è Uno, allora vittima e carnefice smettono di esistere.

Io non sono il mio io piccolo, non mi identifico in esso. Io sono un Essere luminoso, nel senso di essenza divina, che si mette il vestito dell’io piccolo per fare esperienza in questa stupefacente scuola che è la terra. Momentaneamente.

Credo che nessuno di noi si identifichi con il vestito che sta indossando in questo preciso istante. Perché allora ci identifichiamo con la personalità? L’io piccolo, la mia personalità, è talmente fragile e non permanente, che ha bisogno di marcare continuamente il proprio territorio. Ha bisogno di definirsi, utilizzando qualsiasi cosa lo possa distinguere dall’altro. Dunque anche della posizione di vittima.

Ha bisogno di identificarsi con un ruolo: il marito, il figlio, il capo, che ne sancisca nettamente i confini, che lo rassicuri del fatto che esso esiste, proprio grazie a quegli stessi confini. Ecco perché l’io piccolo ci tiene alla sua posizione di vittima. Gli garantisce l’esistenza. Un po’ come se, volendo essere sicuri dell’esistenza del nostro braccio, lo testassimo attraverso un pizzicotto.

Superare la rabbia significa smettere di usare quei confini che alla rabbia stessa danno vita, e identificare l’io sono con il vestito che indosso temporaneamente, mentre la mia autentica Realtà è l’Uno.

Questo non significa subire passivamente ciò che per noi non va bene; non comporta la non-azione. Posso muovere tutti quei passi necessari, compiere qualsiasi azione ritengo opportuna per me. Però posso farlo senza odio, senza rabbia o frustrazione. Posso farlo ancora meglio se smetto di pensarmi come vittima.

Se vuoi, proprio in questo istante, PUOI DECIDERE di lasciare per sempre la tua rabbia, il bisogno di veder riconosciute le tue istanze, la posizione di vittima. Niente di tutto ciò ti è utile per Essere. Nessuna di queste cose può cambiare l’Essere perfetto e luminoso che tu sei SEMPRE stato.

Puoi SCEGLIERE di non identificarti con il tuo io piccolo subendone le regole, mentre potresti essere LIBERO. Ottenere ragione, soddisfare la vittima che sta protestando, ti fa sentire migliore, più forte, più sicuro. Ma ti fa anche sprofondare un po’ di più nell’illusione dell’io piccolo. Come il famoso don Chisciotte che, ogni volta che vinceva la sua ennesima battaglia contro il mulino a vento, ne traeva la forza per ingaggiarne un’altra.

 

di Roberta Sava

 

 

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